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Dropshipping: come funziona, rischi e margini reali

uno scatolone di cartone chiuso e vuoto appoggiato su un pavimento di legno chiaro, in primo piano a fuoco, ombra netta e sfondo scuro

Il dropshipping viene raccontato come il modo più semplice per aprire un negozio online: nessun magazzino, nessuna spesa iniziale in merce, si vende e il fornitore spedisce. Il modello funziona davvero così, ma il margine che resta è molto più sottile di quanto sembra, e nel 2026 alcune regole doganali europee lo hanno ridotto ancora.

Questa guida spiega come funziona la filiera, quanto margine resta voce per voce, cosa è cambiato quest'anno e quali obblighi ci sono in Italia.

Come funziona la filiera

Apri un negozio online, in genere con un sistema come Shopify, e ci carichi prodotti che non possiedi. Quando un cliente ordina e paga, tu inoltri l'ordine al fornitore pagando il prezzo all'ingrosso, e il fornitore spedisce direttamente al cliente con il tuo nome sul pacco. Il tuo guadagno è la differenza tra il prezzo di vendita e quello che paghi al fornitore, meno tutti i costi che stanno in mezzo.

Non tocchi mai la merce, ma resti il venditore a tutti gli effetti: resi, contestazioni, ritardi, prodotti difettosi sono un problema tuo verso il cliente, anche quando la colpa è del fornitore.

Il margine reale, voce per voce

Su un prodotto venduto a 30 euro: circa 10 euro vanno al fornitore e alla spedizione, 2 euro alle commissioni di pagamento, 9-12 euro alla pubblicità, 1-3 euro tra resi e oneri. Il netto reale è spesso 3-8 euro, cioè il 10-25 per cento. Prezzo di vendita 30 € Fornitore e spedizione - 10 € Commissioni di pagamento - 2 € Pubblicità (Meta, TikTok) - 9 / 12 € Resi, oneri doganali, imprevisti - 1 / 3 € Netto reale, prima delle tasse 3 - 8 € (10-25%)
Su 30 euro di vendita: fornitore e spedizione 10 euro, commissioni 2 euro, pubblicità 9-12 euro, resi e oneri 1-3 euro. Netto reale 3-8 euro. Vendita: 30 € Fornitore + spedizione -10 € Commissioni di pagamento -2 € Pubblicità (Meta, TikTok) -9/12 € Resi, oneri, imprevisti -1/3 € Netto: 3-8 € (10-25%) prima delle tasse, e solo se la campagna pubblicitaria funziona

La voce che pesa di più è la pubblicità. In dropshipping il traffico non arriva quasi mai dai motori di ricerca: si compra su Meta e TikTok, e prima di trovare un prodotto e una campagna che vanno in profitto si spende un budget di test che spesso si perde. Nei conti reali, la spesa pubblicitaria per acquisire un cliente vale spesso tra il 30 e il 40 per cento del prezzo di vendita.

Le altre voci: commissioni di pagamento attorno al 2-3 per cento più una quota fissa, costo del prodotto e spedizione dal fornitore, resi e contestazioni che su prodotti economici importati sono frequenti. Quello che resta, prima delle tasse, è spesso il 10-25 per cento del prezzo, e solo quando la macchina pubblicitaria funziona. Su come confrontiamo fornitori e strumenti, vedi come valutiamo le piattaforme.

Cosa è cambiato nel 2026

Due modifiche europee hanno reso il dropshipping dall'Asia molto meno conveniente. La prima: è stata abolita la franchigia doganale sui pacchi di valore fino a 150 euro, quindi dal 1° luglio 2026 ogni spedizione da fuori UE paga un dazio forfettario di 3 euro per tipo di prodotto, a cui dal 1° novembre si aggiunge una commissione europea di 2 euro; in Italia è prevista anche una tassa nazionale di 2 euro, rinviata al 1° dicembre 2026. Il conto completo e come scegliere un fornitore sono nella guida al dropshipping in Italia, tra fornitori e normativa. La seconda: senza il sistema IOSS, che anticipa l'IVA all'acquisto, il corriere riscuote IVA e spese alla consegna, e in Italia una quota consistente di pacchi viene rifiutata dal destinatario.

Il risultato pratico è uno spostamento verso fornitori con magazzino in Europa, che spediscono in 3-5 giorni e senza sorprese in dogana, a fronte di un prezzo all'ingrosso più alto che comprime ancora il margine.

Gli obblighi in Italia

Il dropshipping è commercio a tutti gli effetti: serve la partita IVA dal primo giorno, con il codice attività del commercio elettronico, l'iscrizione alla Camera di Commercio e la SCIA al Comune. L'IVA italiana è al 22 per cento e va gestita anche sulle vendite verso consumatori di altri Paesi UE, con il regime OSS. Il regime forfettario è compatibile con il commercio, ma va valutato con un commercialista perché il coefficiente di redditività del commercio è alto (l'imposta si calcola sul 40 per cento dei ricavi) e non sempre conviene con margini sottili.

Per chi ha senso e per chi no

  • Ha senso come test di un'idea di prodotto. Serve a capire se qualcosa si vende prima di comprarne uno stock, non come modello di reddito stabile a lungo termine.
  • Ha senso con un angolo di marketing forte. Chi sa produrre contenuti video in italiano che funzionano su TikTok e Instagram ha un vantaggio reale sul costo di acquisizione.
  • Non ha senso senza budget pubblicitario. Senza qualche centinaio di euro da mettere in test che possono andare persi, non si parte nemmeno.
  • Non ha senso come reddito passivo. Le campagne vanno seguite ogni giorno, i prodotti si esauriscono in fretta, l'assistenza clienti è costante.

Se il limite è proprio il budget pubblicitario, vale la pena leggere il confronto tra dropshipping e prodotti digitali e la guida al print on demand, che sui marketplace non richiede pubblicità. Le differenze di gestione tra i due modelli (resi, tempi, responsabilità) sono nel confronto tra print on demand e dropshipping fisico, e i criteri per decidere cosa vendere nella guida su come scegliere il prodotto per un e-commerce.

Il dropshipping toglie il magazzino ma non il rischio: il margine reale, dopo pubblicità, commissioni e resi, è spesso tra il 10 e il 25 per cento del prezzo, e nel 2026 dazi e nuove regole doganali europee lo hanno ridotto ancora sui fornitori asiatici. Funziona come strumento per testare in fretta un prodotto e un messaggio, molto meno come attività stabile per chi parte senza competenze di advertising.