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Piani pensionistici integrativi: come funzionano

un giovane ulivo in un vaso di terracotta su un tavolo bianco, illuminato dalla luce del mattino con un giardino sfocato sullo sfondo

Questo articolo ha scopo informativo e divulgativo: non è consulenza finanziaria, fiscale o previdenziale personalizzata né una raccomandazione su singoli fondi. Leggi il nostro disclaimer finanziario.

Un piano pensionistico integrativo è un salvadanaio con regole rigide: si versa per decenni, si riceve una deduzione fiscale ogni anno e si può riavere il denaro solo in casi precisi, di norma alla pensione. Le regole sono cambiate parecchio nel 2026, con la legge di bilancio che ha alzato il tetto deducibile, introdotto l'adesione automatica per i neoassunti e aumentato la quota che si può ritirare in un'unica soluzione.

Questa guida spiega come funziona la previdenza complementare in Italia, quali sono le tre famiglie di prodotti e quanto costano, cosa cambia dal 2026 e in quali casi conviene, con i dati della relazione annuale COVIP pubblicata il 10 giugno 2026.

Cos'è e a cosa serve

La pensione pubblica calcolata con il sistema contributivo, che riguarda per intero chi ha iniziato a lavorare dal 1996, sarà per molti lavoratori sensibilmente più bassa dell'ultimo stipendio. La previdenza complementare è il "secondo pilastro" pensato per colmare una parte di quella distanza: un fondo a cui versi durante la vita lavorativa e che, al momento della pensione, ti restituisce il capitale accumulato sotto forma di rendita, di capitale o di una combinazione dei due.

A fine 2025 gli iscritti erano circa 10,5 milioni, il 39,9% delle forze di lavoro, con 262 miliardi di euro di risorse accumulate. Solo il 73% degli iscritti però ha versato qualcosa nel corso dell'anno: molte posizioni restano aperte e ferme.

Fondi negoziali, fondi aperti e PIP

Sotto lo stesso nome stanno tre tipi di prodotti con regole di accesso e costi molto diversi.

TipoChi può aderireContributo del datoreCosto medio (ISC a 10 anni)Iscritti a fine 2025
Fondo negozialeLavoratori del settore o dell'azienda previsti dal contratto collettivoSì, se aderisci con un contributo tuo0,47%4,4 milioni
Fondo apertoChiunque, anche autonomi e non occupatiSolo se previsto da accordi aziendali1,36%2,2 milioni
PIP (piano individuale pensionistico)Chiunque, tramite polizza assicurativaDi norma no2,17%3,8 milioni

L'ISC, l'indicatore sintetico dei costi, misura quanto i costi riducono ogni anno il rendimento, ed è obbligatorio in ogni scheda informativa. Le differenze sembrano piccole ma su 30-35 anni pesano: secondo la COVIP un costo annuo più basso di un punto percentuale porta a una prestazione finale più alta del 18-20%. Nei PIP una parte rilevante del costo va alle reti di vendita. I criteri con cui confrontiamo prodotti e piattaforme sono spiegati in come valutiamo le piattaforme.

Per un lavoratore dipendente il fondo negoziale del proprio contratto ha un vantaggio difficile da battere: il contributo del datore di lavoro, che spetta solo se aderisci a quel fondo versando anche una quota tua. Rinunciarvi significa rinunciare a una parte di retribuzione.

Quanto rendono

Ogni fondo offre più comparti, da quelli garantiti o obbligazionari a quelli azionari. Nel 2025, al netto di costi e imposte, i comparti azionari hanno reso in media tra il 7,5% e il 10%, quelli bilanciati tra il 3,5% e il 5,5%. Su dieci anni, da fine 2015 a fine 2025, le linee con più azioni hanno reso circa il 5% medio annuo composto, contro il 2,5% annuo di rivalutazione del TFR lasciato in azienda.

Sono medie passate, non promesse: i comparti azionari attraversano anche anni negativi, e il risultato di chi aderisce dipende dal comparto scelto e dal periodo. La COVIP segnala che solo una minoranza degli iscritti sceglie le linee con più azioni, anche tra chi ha molti anni davanti, un tema legato all'orizzonte temporale trattato nella guida su investire a lungo o a breve termine.

Il vantaggio fiscale

È il motivo per cui, a parità di investimento, un fondo pensione parte avvantaggiato rispetto a un PAC o a un conto titoli. Agisce in tre momenti.

  • Quando versi. I contributi si deducono dal reddito fino a 5.300 euro l'anno dal 2026 (prima il tetto era 5.164,57 euro), contando anche il contributo del datore ma non il TFR. Il risparmio d'imposta è pari alla tua aliquota IRPEF più alta: su 1.000 euro versati, circa 230 euro con un reddito fino a 28.000 euro, 330 tra 28.000 e 50.000, 430 oltre.
  • Mentre il fondo investe. I rendimenti sono tassati al 20% invece del 26%, e al 12,5% sulla parte investita in titoli di Stato.
  • Quando incassi. La prestazione è tassata al 15%, che scende di 0,3 punti per ogni anno di iscrizione oltre il quindicesimo fino a un minimo del 9% dopo 35 anni. Si applica solo sulla parte che era stata dedotta.

C'è anche un caso particolare: chi ha iniziato a lavorare dopo il 2007 e nei primi cinque anni ha versato meno del massimo deducibile può recuperare la differenza negli anni successivi, con un tetto annuo complessivo che dal 2026 arriva a 7.950 euro. Il quadro generale della tassazione degli altri strumenti è nella guida sulla tassazione degli investimenti.

Cosa cambia dal 2026

La legge di bilancio 2026 (legge 199/2025) ha modificato la previdenza complementare su quattro punti principali, in larga parte in vigore dal 1° luglio 2026.

  • Adesione automatica per i neoassunti. I nuovi assunti del settore privato, esclusi i lavoratori domestici, vengono iscritti automaticamente al fondo previsto dal loro contratto collettivo, con il TFR e la contribuzione minima. Hanno 60 giorni dall'assunzione per rinunciare o scegliere un'altra forma, contro i sei mesi del vecchio silenzio-assenso.
  • Più capitale alla pensione. La quota che si può ritirare in un'unica soluzione sale dal 50% al 60% del montante; il resto va in rendita.
  • Nuove forme di erogazione. Accanto alla rendita vitalizia arrivano una rendita a durata definita, scelta dall'iscritto, e piani di prelievo programmati.
  • Portabilità del contributo del datore. Dopo due anni di partecipazione si può trasferire la posizione a un altro fondo, anche aperto o PIP, mantenendo il contributo del datore previsto dal contratto.

Per il TFR conferito in automatico, poi, il comparto di destinazione non è più quello garantito ma un percorso che riduce la quota di azioni con l'avvicinarsi della pensione.

Quando si possono riavere i soldi

Il limite principale di un fondo pensione è la liquidità. Il denaro torna disponibile alla pensione, se hai almeno cinque anni di partecipazione, e prima solo in casi definiti dalla legge.

  • Spese sanitarie gravi. Fino al 75% della posizione, in qualunque momento.
  • Acquisto o ristrutturazione della prima casa. Fino al 75%, dopo otto anni di iscrizione.
  • Altre esigenze personali. Fino al 30%, dopo otto anni, senza bisogno di giustificarle.
  • Perdita del lavoro o invalidità. Riscatto parziale o totale a condizioni stabilite dalla legge, oltre alla RITA, la rendita anticipata per chi è vicino alla pensione e senza lavoro.

Le anticipazioni per esigenze personali sono tassate al 23%, più delle prestazioni ordinarie. Per questo il fondo pensione non va usato come risparmio per le spese dei prossimi anni: quel ruolo spetta a un fondo di emergenza su un conto o un conto deposito.

Per chi conviene e per chi meno

Conviene in modo netto al lavoratore dipendente che ha accesso a un fondo negoziale con contributo del datore, e in generale a chi ha un reddito con un'aliquota IRPEF alta e un orizzonte lungo, perché la deduzione e la tassazione finale ridotta lavorano insieme per decenni.

Conviene meno a chi ha redditi bassi o incapienti, che non riesce a sfruttare la deduzione, a chi potrebbe avere bisogno di quel denaro prima della pensione e a chi aderisce a un prodotto con costi alti senza confrontarlo con le alternative. Per un autonomo senza contributo del datore il confronto con un investimento libero va fatto sui numeri: deduzione e tassazione agevolata da una parte, costi e vincoli dall'altra.

Le forme pensionistiche complementari legittime sono iscritte all'albo della COVIP, consultabile sul suo sito. Diffida di chi propone "piani pensione" con rendimenti garantiti sopra il mercato, prodotti esteri non iscritti all'albo o il trasferimento della tua posizione verso un nuovo fondo tramite telefonate non richieste. Per gli altri prodotti di investimento valgono i controlli descritti in come riconoscere una piattaforma autorizzata CONSOB e nella pagina attenzione alle truffe.

Un piano pensionistico integrativo rende di più quando somma tre vantaggi: la deduzione fino a 5.300 euro l'anno, la tassazione finale tra il 15% e il 9% e, per i dipendenti, il contributo del datore che spetta solo aderendo al fondo del proprio contratto. Prima di aderire, o di lasciar scattare l'adesione automatica, confronta l'ISC con le altre forme, scegli il comparto in base agli anni che mancano alla pensione e tieni fuori da questo salvadanaio il denaro che potrebbe servirti prima.